Ultimi sviluppi in tema di parità di genere: il Generation Equality Forum ed il Women, Peace & Security and Humanitarian Action Compact

di Sabrina Izzo, studentessa del Master in Tutela internazionale dei diritti umani “Maria Rita Saulle”, XX ed. 2020-2021

 

A più di un ventennio dalla storica Dichiarazione di Pechino e dall’adozione della risoluzione 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con il Generation Equality Forum si aggiunge un ulteriore tassello agli sforzi della comunità internazionale in materia di parità di genere ed empowerment. Il Forum, organizzato dall’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne (UNWOMEN) in collaborazione con i governi di Francia e Messico, scandisce infatti l’avvio di una nuova importante serie di incontri volti non solo a rivitalizzare gli impegni assunti a Pechino velocizzando l’attuazione dell’obiettivo 5 dell’Agenda 2030, ma anche ad incentivare in maniera più incisiva l’implementazione dell’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” di cui la citata risoluzione 1325 è certamente la componente chiave. Svoltasi a Città del Messico nei giorni immediatamente successivi alla sessantacinquesima sessione della Commissione ONU sullo status delle donne, tra il 29 ed il 31 marzo scorso, la prima tornata del GEF ha visto i partecipanti raccogliere il monito fornito dai dati dell’ultimo Sustainable Development Goals Report riconoscendo che la “public rhetoric on gender equality has not been matched by action and implementation”. Da tale presa di coscienza discende un’impostazione eminentemente pragmatica dei lavori del Forum, improntati quindi ad un “bold, unapologetic and concrete progress towards gender equality” per far fronte ad un momento storico in cui, complici i catastrofici risvolti della crisi sanitaria, gli avanzamenti in campo di parità di genere sembrano di fatto giunti ad una vera e propria fase di stallo. Dunque, al fine di rispondere in maniera efficace alle problematiche correnti, il GEF si basa su una tipologia di approccio bottom-up: a questo proposito, basti pensare alla struttura scelta per il Forum.

In primo luogo, a colpire è la composizione dell’organo decisionale definito Core Group: se la presenza al suo interno delle rappresentanti di UNWOMEN, Francia e Messico è senz’altro prevedibile, molto meno scontata invece è l’inclusione di ben due portavoce della società civile (facenti capo alla Association for Women’s Rights in Development ed a Women for Change, in rappresentanza rispettivamente del Nord e del Sud globale) e di altrettante esponenti della Generation Equality Youth Task Force, inclusa nell’impianto del GEF per garantire un approccio intergenerazionale al dibattito. Nell’ottica di rafforzare ulteriormente il coordinamento con la società civile, è stata inoltre prevista l’introduzione di un apposito Civil Society Advisory Group composto da 21 membri ed incaricato di affiancare l’organo decisionale nell’espletamento delle sue funzioni di leadership. Infine, a completare il quadro concorre il Multi-Stakeholder Steering Committee, comitato ad hoc creato dal Core Group per fornire una prospettiva dal basso e multisettoriale alle attività di concettualizzazione, pianificazione ed implementazione di investimenti e policies. Nello specifico, al Comitato spetta occuparsi di consulenza strategica, contribuendo peraltro alla costituzione di partenariati a favore del GEF e delle sue Action Coalitions.
Proprio tali Action Coalitions costituiscono una delle componenti più interessanti del Generation Equality Forum: si tratta di sei coalizioni tematiche istituite in seguito ad una serie di consultazioni preliminari cui hanno partecipato non solo i rappresentanti dei governi nazionali, ma anche attori quali i movimenti attivisti di base (i cosiddetti grassroots level movements), le organizzazioni non governative, i gruppi femministi internazionali, gli esponenti del settore privato.

La grande inclusività della fase consultiva si riflette anche nella composizione delle Coalitions stesse, che nascono infatti con il preciso scopo di favorire lo scambio e la cooperazione tra stakeholders diversi al fine di catalizzare l’azione degli attori coinvolti puntando all’ottenimento di “game-changing results” nell’ambito di diversi settori. Tra le materie assegnate all’esame delle sei coalizioni ritroviamo naturalmente la violenza contro le donne (Gender-Based Violence), i diritti economici (Economic Justice and Rights) e quelli sessuali e riproduttivi (Bodily Autonomy and Sexual and Reproductive Health and Rights). Il richiamo ai temi classici della lotta alla disparità di genere è indubbiamente necessario: seppur estensivamente affrontate anche a Pechino, le problematiche attinenti a tali ambiti risultano tuttora più attuali che mai. Tuttavia, ai campi d’azione tradizionali si aggiungono anche aree tematiche nuove che rispondono alla necessità di tenere conto dell’evoluzione degli issues attinenti alla questione di genere, ad oggi caratterizzati da una certa trasversalità: si pensi alle restanti coalizioni del GEF, i cui focus riguardano il cambiamento climatico (Feminist Action for Climate Change), la tecnologia e l’innovazione (Technology and Innovation for Gender Equality) e, infine, il contributo dei movimenti femministi (Feminist Movements and Leadership).
Le coalizioni così ripartite verranno presentate ufficialmente a Parigi in occasione della seconda tornata di incontri del Forum programmata per il mese di luglio, e potranno in seguito avviare i propri lavori. Nello specifico, lo scopo pratico di ognuna delle Coalitions sarà quello di elaborare delle vere e proprie blueprints operative di breve periodo (dal 2021 al 2025) nell’ambito del rispettivo tema di riferimento, occupandosi in particolare di attività di financing, dell’elaborazione di proposte di riforma, di raccolta dati e dell’individuazione delle fattispecie di discriminazione intersezionale.

Se l’organizzazione interna del Generation Equality Forum risulta essere certamente innovativa, il fattore di novità più interessante risiede nell’introduzione del Women, Peace & Security and Humanitarian Action Compact, la cui attenzione è esplicitamente indirizzata alle donne ed alle ragazze “conflict and crisis affected”. Presentato ufficialmente nel corso dell’incontro a Città del Messico, il WPS-HA Compact si qualifica come uno strumento fondamentale per mettere a sistema i frameworks normativi e di coordinamento già esistenti e riferiti non solo all’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” delle Nazioni Unite, ma anche al campo specifico dell’azione umanitaria.
La sua introduzione costituisce la risposta materiale della comunità internazionale alla circostanza per cui, di fatto, “commitments on protecting women’s rights and making women’s participation in peace, security and humanitarian action meaningful and sustained remain unfulfilled”. Il motore principale della delineazione del Compact sta dunque nell’immediata necessità di un’azione concreta per assicurare l’effettiva e piena implementazione degli strumenti internazionali in materia. A tal proposito, ad essere esplicitamente ricondotti nell’orbita del Compact, oltre naturalmente alla 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza ed alle successive risoluzioni che completano l’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza”, sono strumenti quali il Seven-Point Action Plan on Gender-Responsive Peacebuilding del Segretario Generale delle Nazioni Unite del 2010, la raccomandazione generale n. 30/2013 adottata dal Comitato sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne nel 2013 e dedicata al loro ruolo “(…) in conflict prevention, conflict and post-conflict situations”, nonché i Piani d’azione nazionali. Ancora, grande rilievo è dato alla Dichiarazione di Pechino del 1995 ed alla relativa Piattaforma d’Azione, la quale dedica al tema Women and Armed Conflict i paragrafi 131-149. Per quanto concerne l’humanitarian action, tra i punti di riferimento individuati figurano la World Humanitarian Summit’s Agenda for Humanity del 2016 e la New York Declaration for Refugees and Migrants dello stesso anno, unitamente al Global Compact on Refugees elaborato nel 2018.

Permettendo una visione veramente d’insieme dei meccanismi richiamati, il WPS-HA Compact si propone di agire di concerto con le Action Coalitions del GEF focalizzando i suoi sforzi su tre grandi aree: la predisposizione e la successiva attuazione di investimenti mirati, il monitoraggio del processo di attuazione degli strumenti e delle policies rilevanti e la predisposizione di appositi tools e pratiche per incentivare l’accountability dei membri del Compact. Da questo punto di vista risulta peraltro molto significativa la programmazione del Financing Forum e del Global Commitment Forum, previsti rispettivamente per il 2023 ed il 2025 e finalizzati sia all’attività di monitoraggio delle risorse allocate per il funzionamento del Compact che all’accountability process. Inoltre, sarà onere dei membri elaborare un rapporto annuale sul proprio operato da presentare in occasione delle sessioni della Commissione sullo status delle donne, mentre il riferimento esplicito ai Piani d’azione nazionali è indubbiamente rilevantissimo ai fini dell’accountability degli Stati che se ne dotano.
A comporre il Compact sono 35 membri distribuiti tra la Board decisionale ed il gruppo dei Catalytic Members, partecipanti attivi che tuttavia non fanno parte della Board. Per quanto concerne questo punto, la novità risiede indubbiamente nella tipologia di soggetti coinvolti nel progetto: oltre alle Agenzie specializzate delle Nazioni Unite ed agli Stati membri individuati in ossequio al consueto principio dell’equa rappresentanza geografica, tra i membri del Compact figurano circa quindici networks ed organizzazioni competenti afferenti alla società civile che, nel suo impianto, godono di una posizione assolutamente paritaria rispetto agli altri partner (si parla a questo proposito di equal footing). In più, la membership è aperta anche ad istituti accademici e di ricerca, nonché ad enti del settore privato che dimostrano un forte interesse per i temi del progetto. Naturalmente, un ruolo chiave è giocato anche dai governi di Francia e Messico, mentre ad UNWOMEN è affidata la guida del Segretariato.

Avendo delineato i tratti distintivi del Compact, individuare nella sua impostazione olistica ed inclusiva il trait d’union con le Action Coalitions del Generation Equality Forum sembra essere un passaggio immediato. In verità, è utile notare come il WPS-HA Compact faccia un ulteriore passo in avanti, ad esempio annoverando i Piani d’azione nazionali adottati da ben 92 paesi tra gli strumenti ed i frameworks di riferimento e rivolgendo quindi lo sguardo direttamente al piano interno. Con il Compact è infatti possibile parlare di una vera e propria mobilitazione multilivello che richiede il contributo di attori nazionali, regionali ed internazionali: il grande peso riconosciuto alla società civile (con una menzione d’onore riservata ai Women’s Mediator Networks), il coinvolgimento degli istituti di ricerca, la partecipazione attiva delle organizzazioni regionali (si pensi all’Unione Europea, all’Unione Africana, all’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico e all’Organizzazione degli Stati Americani) e del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite in congiunzione con la Commissione per il Peacebuilding, l’UNHCR, l’UNDP e il Dipartimento ONU per le operazioni di pace (DPO) rendono il Women, Peace & Security and Humanitarian Action Compact un progetto ambizioso ma decisamente promettente.
Il primo piano strategico del Compact verrà introdotto nel corso del prossimo incontro del GEF a Parigi e, come le blueprints delle Action Coalitions, sarà riferito al periodo 2021-2025. Insieme all’individuazione dei Compact Signatories, la priorità sarà quella di istituire un link operativo con la risposta alla crisi sanitaria in corso, anche e soprattutto per via della necessità di gestire l’impatto della diffusione del COVID-19 sull’implementazione dell’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” e sull’attuazione dell’azione umanitaria.

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